Scavando negli archivi, non si trovano semplici personaggi da interpretare, si trovano frammenti di vita. È un impatto emotivo forte rifletterci.
Preferiamo pensare che siano quindi miriadi di persone - uomini e donne come noi - a sbucare fuori dagli scritti ufficiali e parlarci: un coro dissonante di voci autentiche capaci di comunicare ed emozionare ancora oggi, quando mettiamo un po' d'ordine nel passato.
Raccontare di vite vere - attingendo a testimonianze e fonti umane diverse - ha una densità che la fiction pura, e ancor più i testi generati dall'Intelligenza Artificiale AI, difficilmente replicano: non perché sia "superiore", ma perché porta con sé l'attrito del reale, pieno di contraddizioni e zone opache.
I sentimenti incidono e danno peso alle calligrafie. Gioie, dolori, desideri, rimorsi, affetti, rabbia, gelosie lasciano segni e creano spazio per silenzi significativi.
Dove la fiction tende a cercare una forma e l'AI spesso una plausibilità, il racconto fondato sul vero conserva dettagli non addomesticati e, quando è ben riuscito, porta con sé una presenza tra altre presenze concrete, non una storia.
Per il progetto "Gli Archivi entrano in scena" sono stati fondamentali gli spazi restaurati da riscoprire e ancora di più i documenti custoditovi riguardanti i tre protagonisti scelti per la prima edizione: lettere, atti processuali, suppliche, testamenti.
Da questi frammenti di informazioni è possibile ricostruire avvenimenti, conoscere storie di persone del passato, o anche semplicemente iniziare a porsi domande.
Tra le nostre mani è per esempio passata una supplica inviata nel 1575 dalla vedova di Ciro Trissino, figlio di Giangiorgio Trissino - importante esponente di una prestigiosa famiglia vicentina - ai Capi del Consiglio dei Dieci:
«Illustrissimi et eccelentissimi signori Capi dello eccelso Consiglio di dieci [...] Così è occorso che sia stato tagliato in pezzi un huomo innocente, senza colpa, senza ingiuria, senza armi, senza sospetto, nella casa, nella camera e si po' dire nel letto, non diffeso né dai muri, né dalle porte. E quello che importa più non diffeso dalle leggi sacrosante di questo Serenissimo Stato. È stato formato processo dal console, alla sufficientia et innocenza del quale noi non pretendiamo detrahere. Ma egli è venuto uno solo giorno...»
Ma ci siamo imbattuti anche un'altra supplica, datata 1583, di Francesco Trissino e di Ippolita, indirizzata alla Signoria di Venezia:
«Serenissimo Principe. Illustrissima Signoria Li tanti delitti, che tutto dì sono commessi nella sua città di Vicenza da sceleratissimi et crudelissimi huomini, spaventano ognuno che ami il ben vivere et la pace. Ma quello della morte del quondam Giulio Cesare Trissino, figiuolo et nepote et unica speranza della conservatione della Casa et famiglia di noi Hippolita madre et Francesco zio Trissini, servitori devotissimi di Vostra Sublimità, per la inaudita sua infedeltà et innenarrabile atrocità, impaurì et stupefece tutti, considerandosi da chi, come et in che tempo fosse commesse così nefando et proditorio caso.»
In che modo sono collegate?
La prima è scritta da una vedova che parla di un 'huomo innocente', ucciso in casa. Nella seconda una madre e uno zio denunciano l'uccisione, in piazza, di un altro buon uomo, 'unica speranza della Conservazione della Casa'.
In entrambe le vicende è coinvolto un bambino, Marcantonio Trissino. Figlio del primo ucciso, otto anni dopo vendica il padre ammazzando il mandante e per questo è messo sotto processo. In quanto bimbo ferito e traumatizzato è una vittima? In quando giovane uomo vendicativo è un assassino?
Ne emerge una storia complessa e avvincente: una tipica vicenda di vendette e faide familiari, inserita in un sistema che, nei secoli passati, era accettato anche da un punto di vista giuridico, allo scopo di mantenere gli equilibri sociali all'interno di comunità segnate dalla competizione per la supremazia economica e politica e dalla difesa dell'onore maschile.
Bibliografia: C. Povolo, Furore. Elaborazione di un'emozione nella seconda metà del Cinquecento, Nordest nuova serie, 145, Quaderni di Valdilonte, 1. Sommacampagna, Verona, Cierre Edizioni, 2015.
Lettera n. 8
Stimatissimo signor padre.
Iesi, li ... dicembre 1765
Lo scorso ordinario non vi fu caso che scrivere potessi, essendo sempre stata osservata o dal suocero o dal marito. Quello che posso ben dire con verità è che donna di me più infelice non credo vi sia sopra la terra. Una sposa giovane, di qualche spirito e senza (lode a Dio) difetti nel corpo, si dovrebbe ritrovare fra contento, almeno il primo anno. Io mi veggo circondata da inimici con li quali debbo vivere e conversare. Che speranza mi resta? La marchesa Vittoria - donna più doppia e finta che si possa ritrovare - è unita con il figlio onde così salva e l'interesse e il suo fasto, mercé la mia oppressione. Oltre ciò c'è un altro motivo particolare. Da tutta la città, veramente per il vero, sono amata e compatita (a motivo del deplorabile mio stato). Amata, dunque, e compatita sì dal povero che dal ricco, sì dal nobile che dal plebeo, sì dagli uomini che dalle donne. Questa cosa dunque mia suocera sapendola, non posso dirli quanto le dispiaccia. Se lei non mi viene presto a soccorrere o muoio o mi vado a confinar in un eremo, che qualunque penoso e disastroso loco, qualunque compagnia tormentosa, saranno sempre meno disastrosi e tormentosi rispetto ai quali ora per mia fatalità m'attrovo. Per quello poi riguarda il marchese Adriano si lascia tanto dalla moglie condurre che non fa che quello che la stessa le dice. Ma il peggio di tutto è che queste sono persone tanto finte e maligne e peggio ancora pazze e volubili che non saprebbe con loro convivere in pace un santo stesso. Signor padre amato non tardi a soccorrermi, la prego per pietà e per le viscere di Cristo, per l'amor di Maria Vergine e di tutti li santi. Lo scorso ordinario non ricevei sue lettere a motivo che il corriere non potè passare a cagione delle acque, ma può essere venghi questa sera. Le lettere ostensibili sono arrivate e le ho ricevute, ma per la via secreta non ne ho ricevuta nessuna, la qual cosa mi dà gran pensiero. Non so capire come vadano smarrite. Ad ogni modo l'ultima volta ho ricevute due lettere: una da sola e una inclusa in quella del signor zio canonico. Le misi vicino al fuoco per vedere se nascondessero parole che rivelassero timori, ma non vidi niente. E per via ordinaria non ho ricevuto lettere di lei signor padre, e mi chiedo cosa questo significhi. Amatissimo genitore, al suo affetto mi raccomando e le chiedo la sua paterna benedizione, La cagione per la quale le mie lettere secrete tardano a capitarle è perché quella persona non fidandosi d'impostarle a Iesi le manda a un suo amico a Ferrara, acciò poi lui le spedisca a Vicenza. La cosa m'è di sommo rincrescimento, ma per sicurezza maggiore opera così. Umilissima, devotissima, obbedientissima serva e figlia affezionatissima
Laura Maria Ghellini Colocci
Quando Galileo Galilei perfezionò il cannocchiale che era stato inventato in Olanda all'inizio del Seicento, di certo lo fece con curiosità ed eccitazione. Sapeva di avere tra le mani un mezzo cruciale per dare una svolta allo studio dei fenomeni celesti.
Non si limitò però a puntare quel cannocchiale al cielo, lo fece in senso lato anche al potere.
Nella lettera di presentazione rivolta al Doge di Venezia Leonardo Donà nel 1609, il suo sguardo 'allargato' e strategico risulta evidente: della scoperta con la quale avrebbe messo in discussione duemila anni di astronomia, illustrò solo le potenzialità belliche e commerciali.
«[...] cosa che per ogni negozio et impresa marittima o terrestre può essere di giovamento inestimabile, potendosi in mare in assai maggior lontananza del consueto scoprire legni et vele dell'inimico [...]»
«[...] Et parimenti potendosi in terra scoprire dentro alle piazze, alloggiamenti et ripari dell'inimico da qualche eminenza benché lontani [...]»

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